La pratica della mitilicoltura a Taranto è una delle più antiche d’Europa, si hanno notizie del commercio dei molluschi sin dall’anno Mille. I bizantini suddivisero il Mar Piccolo in peschiere che presupponevano i pali e le cime che delimitassero queste aree: questi substrati, fissati al fondo del mare, si riempivano di frutti di mare come le cozze.

L’osservazione del fenomeno, di generazione in generazione, ha permesso l’affinamento di una pratica molto efficace per quanto empirica, poi diventata una vera e propria industria standardizzata sulla fine del XVIII
secolo. La molluschicoltura è così diventata uno dei traini economici più antichi della città.

Le produzioni marine e i mitilicoltori sono un esempio di grande resilienza: hanno resistito alle guerre così come a circostanze ostili.

Il Mar Piccolo, nel 1973, dopo quasi mille anni di molluschicoltura, fu dichiarato precluso alle attività di mitilicoltura a causa del colera: la colpa fu data ai mitili e non all’esplosione demografica della città cui si accoppiò una totale noncuranza dei reflui prodotti.

Successivamente, in maniera inaspettata, a metà anni ’80, con la crisi dell’Italsider tanti mitilicoltori che prima erano stati chiamati all’interno della fabbrica durante il colera, ritornarono in mare e dismisero la tuta per rimettersi gli stivali (elemento fortemente vocazionale), in condizioni molto precarie: non esistendo la concessione erano tutti abusivi e lo sono stati fino al 2001.

Il Mar Piccolo dunque, nonostante le battute d’arresto e il degrado, può ancora svolgere un importante ruolo di ammortizzatore sociale. Se Taranto non avesse avuto il Mar Piccolo, avrebbe subìto una catastrofe sociale.

“Comunità Frankenstein” o “Mare dei Paradossi”

Con le contaminazioni, la mitilicoltura dopo l’allevamento è stato il settore che ha patito di più ed ha avuto di meno. Negli anni intorno al 2011-2012 il Primo Seno del Mar Piccolo aveva ormai assunto le fattezze di una discarica.

Tolta la funzione al Primo Seno a causa delle contaminazioni, viene svilito il ruolo dell’affaccio al mare, decade la sua rilevanza produttiva. Avevano declassificato tutte le acque come tipo B. La richiesta di analizzare e certificare le acque del Secondo Seno è stata fatta circa dieci anni fa e solo nel 2019 viene confermata la classe A dagli organi competenti.

Tutte queste problematiche inducono i mitilicoltori onesti a voler preservare il loro mare chiedendo più tutela e supporto. Ogni giorno lottano per migliorare la situazione, perché loro vivono per il mare.

Riflettendo, rispetto alle ultime vicende, se l’acciaieria di Taranto ha un inizio ed avrà una fine, le risorse rinnovabili del Mare non avranno mai una fine. La storia millenaria di questa città dimostra che oltre alla resilienza della gente che ci lavora è resiliente anche il Mar Piccolo con la sua comunità biologica.

Allo stesso tempo basterebbe non inquinare più il Mar Piccolo e la sua produttività riprenderebbe giovando alla biodiversità. Il mare sta reagendo bene, nel senso che è bastato chiudere qualche scarico urbano affinché il Mar Piccolo avesse una rinascita delle varietà ittiche e vegetali.

Le zone contaminate sono ancora lì (zona 176, Arsenale, Hot spot Tamburi, Pontile della Marina ed area ex cantieri Tosi) e impediscono di portare al raffinamento adulto del prodotto nel Primo Seno. Il Mar Piccolo si sta riprendendo ma ha bisogno di cure e di regole per poterlo gestire, ha bisogno che anche le stesse colture vengano adattate ai cambiamenti climatici in atto.

Inoltre, qualche anno fa fu evitata una tragedia, notizia sottaciuta. Nel 2005, la Regione Puglia, finanziata dal Ministero dell’Ambiente, voleva attuare il piano di dragaggio del Mar Piccolo, ma i mitilicoltori si opposero: alzare tutto quel fango avrebbe ucciso l’intero ecosistema.

Ora su quel substrato – circa 30 cm – il fondale si sta ripopolando di varietà di pesci e tartarughe che ritrovano il loro habitat e dopo quarant’anni sono ritornate le cozze pelose.

Ad oggi c’è un cantiere aperto da parte del Commissario delle Bonifiche, ci sono proposte e risorse finanziarie, si attende la valutazione sulle migliori tecniche da attuare, ma a patto – come sottolineano in molti – che si chiudano le fonti perché la bonifica va fatta facendo prima di tutto la messa in sicurezza.

I mitilicoltori sono costretti a lavorare tantissimo e a produrre di più. Sugli impianti non esiste sorveglianza e sono alla mercé degli sciagurati che fanno racket dei posti barca e estorsione del prodotto.

C’è gente che vive in costante allerta: si carica i motori addosso quando se ne va per paura che vengano rubati, vivono con fatica e con la paura di non ritrovare persino la barca, c’è sempre il rischio che qualcuno vada di notte a rubare il prodotto e il mattino dopo non si trovi più nulla.

In aggiunta ci sono imbarcazioni da pesca di frodo che devastano l’ecosistema. Quindi sarebbe essenziale vigilare e identificare gli impianti, il personale e la barca, cosa che gli stessi mitilicoltori corretti richiedono.

Un’altra questione sono le facilities a terra: sono necessarie delle zone attrezzate e sostenibili da un punto di vista paesaggistico e ambientale. Non è da meno la valorizzazione anche turistica delle attività. Questi sono i presupposti affinché la categoria possa liberare le proprie energie e il prodotto venga riconosciuto.

Le peculiarità della cozza tarantina

Essere un prodotto artigianale. I mitilicoltori conoscono una ad una le proprie cozze, è un lavoro faticosissimo, lavorano piegati sotto il sole e con il freddo.

La grande forza e allo stesso tempo una debolezza è proprio l’artigianalità: è una produzione estremamente quantitativa che manca di un approccio qualitativo in cui la ricerca scientifica deve e può avere un ruolo.

Un’altra caratteristica: le cozze tarantine hanno una sapidità diversa, sapore dolce e gentile, non ha quella tonalità metallica come altre varietà, dovuto al fatto che il Secondo Seno, soprattutto, ha una salinità leggermente più bassa grazie alla presenza dei Citri.

I mitilicoltori sono costretti a produrre mitili di una sola specie con basso valore unitario – 0,50 € al Kg – svalutando il prodotto così come il lavoro.

Per ovviare alla contaminazione del Primo Seno – dove avviene solo la “capitalizzazione” del seme – hanno escogitato un sistema: effettuano il trasferimento delle cozze per la maturazione nel Secondo Seno – Acqua di tipo A certificata – prima dell’estate, ciò mantiene sotto i livelli di guardia le diossine. Le sostanze che contaminano i mitili, sono lipofile.

I mitili prendono massa grassa da marzo a aprile quando inizia a far caldo; in inverno, invece, essendo i mitili ancora magri, queste sostanze non si legano ed è deducibile che quando i molluschi vengono trasportati in un luogo salubre prima del caldo non assorbono sostanze nocive. Questo sistema di controllo è sotto la strettissima vigilanza da parte degli organi sanitari locali e nazionali.

In gergo chi fa questo mestiere viene chiamato cuzzarul in maniera dispregiativa, ma basterebbe parlare con loro per capire che tra i mitilicoltori c’è tanta signorilità, ci sono tante bravissime persone e per quello che hanno subìto hanno reagito anche bene, non sono stati volgari quando sono stati additati come assassini e dall’aspetto ruvido, non per ignavia, ma semplicemente loro sono consapevoli che, nonostante tutto, ogni mattina devono andare a lavorare.

Oro nero – mitilicoltura tarantina tra resilienza e tradizione.

Un progetto fotografico di Pamela Barba

Presentazione di Pio Tarantini

Grafica di Federica GiudiciIl libro è disponibile presso la libreria Hoepli di Milano o chiedendo all’autrice pamelab@outlook.it

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Primo Seno. Sull’orizzonte Ponte Punta Penna e Arsenale.
In questo lembo di mare viene effettuata la semina
Primo Seno. Letto di fibre vegetali dove nasce il seme,
simpaticamente chiamato “Reparto maternità”
Primo Seno. Sull’orizzonte Ponte Girevole,
Taranto Vecchia.
Un mitilicoltore raccoglie il seme
Franco, mitilicoltore. Il lavoro è molto faticoso e
nonostante i suoi sessant’anni e più riesce a tirar su il pergolato che pesa più di 30 kg con
una media mensile di centoquaranta al giorno.
Innesto, avviene nel Secondo Seno:
viene cambiata la maglia alla cozza una volta
che è cresciuta creando le cosiddette
Pergolari di cozze o Calze.
Le maglie non vengono più buttate in acqua,
vengono conservate a terra e smistate come dovrebbero
Stenditore.
I pali delle strutture della stenditura sono alti 13 mt,
vengono portati a spalla e piantati a mano;
non tutti i mitilicoltori sono capaci di piantare i pali.
In origine erano pali di castagno sostituiti poi dai pali in ferro
per questione di durata e resistenza.
La presenza dei Citri rendono l’acqua più “grassa”
comportando la presenza di parassiti, ascidie,
che muoiono solo al sole. I
l ciclo di stenditura (Si spanen’ li cozz’) e
di rimessa in acqua prosegue per 16/18 mesi
Durante il periodo dell’asciugatura i mitilicoltori passano giornate
intere con la schiena china sul mare,
uno sforzo che a lungo andare crea problemi di salute:
mal di schiena, ernie al disco, strappi muscolari.
In questa fotografia è possibile osservare U Fuèrch’, l
’antenato del mezzo marinaio, ha tripla funzionalità:
puoi spingere, puoi tirare verso e remare.
L’operazione di rimessa in acqua viene effettuata in due: i
l primo mitilicoltore getta in acqua il pergolato,
il secondo effettua il legamento con nodo parlato alla corda Vendij’
Porticciolo più antico sulla sponda del Primo Seno
Nicola D’Andria, mitilicoltore che ama questo mestiere
e cerca di valorizzarlo
Apertura di una cozza con la Grammedd
(coltellino originale tarantino)
Mimmo D’Andria,
Presidente del settore ittico della Confcommercio di Taranto,
nonché Decano dei mitilicoltori.
Ci tiene affinché i giovani possano proseguire questo mestiere,
fa da guida aiutando ad allontanarli dalla strada e
portandoli a lavorare in mare
Cit. Il mare può dare e dà lavoro! Ma devi curarlo e non abbandonarlo.
Mimmo D’Andria ricorda una frase di suo padre

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